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LA GRANDE INSIDIA PER GLI IMPRENDITORI

30 07 2021 | Blog, Fare impresa

“Se fossi un medico, prescriverei una vacanza a tutti quelli che considerano troppo importante il loro lavoro”

Partiamo da questa citazione di Bertrand Russell, un filosofo e saggista britannico per condividere alcuni dati che sono emersi da recenti studi compiuti in diversi paesi.

Gli imprenditori per il coinvolgimento emotivo che hanno nel fare impresa sono più soggetti a rischio di burn-out, di esaurimento nervoso.

Eva de Mol, Jeff Pollack e Violet T. Ho hanno condotto uno studio empirico negli USA per vedere quali fattori incidono maggiormente sul rischio di burnout. Nello specifico, è stato somministrato un sondaggio che indaga se la passione per il lavoro, il senso di responsabilità e le credenze sul destino (ovvero la convinzione che si è destinati o meno ad avere successo) rendessero gli imprenditori più o meno propensi a sperimentare il burnout.

Quello che è emerso prepotentemente è che un focus eccessivo sui risultati di breve periodo aumenta sensibilmente il rischio di esaurimento nervoso; lo stesso vale quando l’imprenditore sente di essere l’azienda e che le sorti (e, quindi, il successo) dipendono da solo lui, isolandolo così dal contesto azienda e mettendolo in una situazione di responsabilità totale.

In #Authenticleader parliamo tanto di passione e di quanto questa sia il vero motore del fare impresa, il rischio di esaurimento può essere, in un certo senso, il lato oscuro della passione; voler fare bene, ambizione e senso di responsabilità possono diventare dei macigni per la nostra tenuta psico-emotiva.

Quali sono i segnali ai quali dobbiamo prestare attenzione per capire se stiamo vivendo una forma di esaurimento nervoso?

  1. Fatica a concentrarsi
  2. Livello di energia basso
  3. Eccessivo fastidio per i normali problemi di azienda
  4. Difficoltà a pensare al futuro
  5. Sensazione generalizzata di sopravvivere alle singole giornate
  6. Difficoltà nelle interazioni interpersonali
  7. Scatti d’ira o al contrario passività estrema
  8. Pensieri ossessivi che tolgono il sonno

Nello studio di Eva de Mol, Jeff Pollack e Violet T. Ho gli imprenditori che hanno segnalato alti livelli di passione sana (armoniosa) hanno riferito di essere totalmente assorti dall’attività lavorativa, di sentire che la vita imprenditoriale permetteva loro di vivere una varietà di esperienze significative e di riflettere sulle qualità che amavano di se stessi. Nel complesso, erano in grado quindi di bilanciare il lavoro con le altre attività quotidiane, senza sperimentare conflitti. Al contrario, gli imprenditori con una passione ossessiva (eccessiva ambizione come diciamo in #Authenticleader) mostravano una preoccupazione costante per l’accettazione sociale, lo status e i risultati; hanno inoltre riferito di avere spesso difficoltà a prestare attenzione al lavoro a causa di continui pensieri sulle responsabilità che stavano trascurando e di sentirsi emotivamente dipendenti dal loro lavoro. Questi ultimi arrivano nei casi più estremi ad odiare l’azienda e a sviluppare un desiderio di distacco e di fuga.

Gli imprenditori hanno oggettivamente un carico emotivo enorme ed è normale sperimentare momenti nei quali vorresti poterti dimettere (approfondisci l’argomento con l’articolo di blog “quando vorresti poter dimettere dalla tua azienda“), quando questo però diventa uno stato emotivo costante, qualcosa non va e tu smetti di essere utile all’azienda e nei casi più estremi diventi un vero e proprio pericolo.

I problemi che affrontiamo non possono essere sempre risolti e come imprenditori facciamo esperienza di apprezzare il disagio ma c’è una cosa che possiamo fare e che troppo spesso trascuriamo: la cura del nostro stato emotivo. Quello che abbiamo dentro infatti determina quello che vediamo e che siamo in grado di fare fuori; ti faccio alcuni esempi per farti capire che non si tratta di filosofia ma di reale impatto aziendale.

Il nostro stato emotivo ed equilibrio psico-fisico hanno un impatto diretto su:

  • Capacità di vedere e sopportare le sfide
  • Propensione al rischio
  • Capacità di innovazione e di pensiero strategico
  • Delega consapevole VS togliersi i fastidi
  • Affidabilità nelle decisioni
  • Ingaggio  e motivazione del team
  • Capacità di costruire relazioni solide

Culturalmente tendiamo a voler tener duro, a sacrificarci, a metterci in secondo piano come esseri umani e questo è il più grande errore che possiamo fare. Culturalmente dobbiamo correre, crescere, migliorare sempre. Ma davvero sempre? Davvero questo è l’unico modo? Siamo sicuri che in parte non sia una trappola mentale nella quale siamo caduti tutti? Quanta paura c’è in questa frenesia? Quanto c’è delle aspettative degli altri nel nostro desiderio di crescere? L’altro giorno una giovane imprenditrice di una start-up mi ha detto “siamo stremate, la sera crolliamo e mi sembra di non avere dentro più niente ma del resto dobbiamo correre, no?” No porca miseria, non ad ogni costo. Non a costo della salute fisica e mentale.

L’altro giorno ho condiviso su Linkedin le parole della ginnasta americana Simone Biles che, all’ultimo, ha deciso di non gareggiare alle Olimpiadi di Tokyo 2020: “quando sono sul tappeto ho a che fare coi demoni che ho nella testa. Dobbiamo proteggere la nostra mente e i nostri corpi, non solo fare quello che gli altri si aspettano da noi”. Questa frase mi ha colpita molto e mi fa pensare agli imprenditori che ogni giorno “sul tappeto” hanno a che fare con i loro demoni, paure e responsabilità. I parallelismi sono tanti e spero che questo esempio porti anche il mondo del business e dell’imprenditoria a valutare la componente umana e psicologica del fare impresa.
Come imprenditori, come anche i performers esattamente come gli atleti, dobbiamo prenderci cura della nostra mente e dei nostri corpi e non solo fare quello che gli altri si aspettano da noi o che i nostri demoni ci dicono. Non amo i parallelismi tra sport e business, ad esempio perchè una grande differenza è che per l’imprenditore la gara è ogni giorno e le “olimpiadi” spesso sono ogni singola settimana ma credo che questo sia un esempio sul quale vale la pena riflettere.

Negli USA si parla sempre più di salute mentale al lavoro e anche da una recente ricerca condotta da Deloitte sulle generazione X e Z, anche i giovani chiedono alle azienda una maggiore attenzione su questo aspetto. Il nuovo sta arrivando, il mondo sta cambiando, è tempo di aggiornare il nostro software.


Sapersi fermare, ricaricare, staccare è un segno di responsabilità verso se stessi e verso la propria azienda. Nell’ultima puntata del Podcast degli Imprenditori “In ferie da cosa” viene sollevata una domanda un pò provocatoria: “saliresti su un aereo sapendo che il pilota non vede l’ora di percorrere l’ultima tratta perchè è stanco morto?” Evidentemente no, nessuno lo farebbe eppure quando non riusciamo a fermarci è quello che chiediamo al nostro team di fare: stare su un aereo con un pilota stanco, confuso ed emotivamente instabile. Non è una bella immagine e sono sicura che non è quello che vuoi.

Non sto suggerendo di tirare i rami in barca e lasciarti trasportare dalla corrente ma di imparare a gettare l’ancora quando è l’unica cosa intelligente da fare.  Non diventi un imprenditore migliore a non fermarti, ma lo diventi quando capisci che devi prendere delle pause, per poterti ricentrare, ritrovare e ricaricare.

Ci sono momenti in cui bisogna stringere i denti per portare a termine la gara, per assicurarsi una certa fornitura, per concludere un ordine ma non può essere lo standard. Lo stato di tensione è una fase, non può essere la quotidianità.  Se lo pensi sappi che sei caduto nella trappola del topo che per anni ci hanno propinato come modo giusto del fare business… con aumento delle vendite di psico-farmaci, ricoveri in ospedale, divorzi e solitudine.

Non ha senso.

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